Tempo fa ho creato una community che ho chiamato Digital Executives Club, di cui fanno parte i miei clienti, vari esperti di settore e altri manager e persone che gravitano attorno al digitale.

La community è diventata talmente seguita che ho creato anche una newsletter con contenuti esclusivi e un apposito gruppo su Facebook con alcuni membri selezionati.

Decine delle menti più brillanti del digitale si confrontano, pongono questioni, condividono idee e ottengono fonti di ispirazione – e voglio che anche tu faccia parte di questo vero e proprio MasterMind.

Il Digital Executives Club non è come un normale gruppo Facebook.

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Dietro le quinte, il lavoro di un team di sviluppo e di gestione dell’operatività di un prodotto digitale è caratterizzato da molte soddisfazioni così come da molti problemi frustranti.

Dal punto di vista delle soddisfazioni, una di quelle che personalmente mi stimolano di più è quella di poter creare, spesso da zero, qualcosa che genera un risultato anche molto rilevante per un cliente.

Tra le frustrazioni ci sono invece quelle relative al fatto che è impossibile produrre software senza difetti o riuscire a servire sempre correttamente una richiesta operativa di un utente, anche con le migliori intenzioni, così come riuscire a far sì che un’infrastruttura abbia un uptime del 100% in un anno è pressoché infattibile e, in ultima istanza, anti economico.

In generale molti di questi problemi rimangono poco visibili agli utenti finali e ai committenti, se il team è ben organizzato e ci sono dei processi di controllo adeguati.

Tuttavia, proprio per la natura del software e dei sistemi che lo fanno girare su Internet, e in generale della complessità di una piattaforma digitale, è inevitabile imbattersi in bug, incidenti e problemi di comunicazione.

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Si parla spesso, io per primo, di tecnologia come fattore abilitante per il business, soprattutto se digitale.

E’ infatti la tecnologia che rende sempre meno costoso aprire e gestire una nuova azienda in termini operativi.

Ogni evoluzione di processo basata sull’avanzamento tecnologico si è infatti riflessa nella possibilità delle aziende di essere sempre più competitive, sia diminuendo i costi che consentendo di spingere l’acceleratore sull’innovazione (quando non è la tecnologia stessa l’oggetto dell’innovazione aziendale).

Questo avanzamento è andato avanti al punto di rendere molte tecnologie delle vere e proprie commodities che diamo per scontate.

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In ambito Marketing Technology (MarTech per gli amici) esce ogni anno un grafico chiamato “Marketing Technology Landscape“. Questo grafico mostra le tecnologie, le piattaforme, i servizi e gli strumenti principali del settore che hanno un impatto sul mercato.

Pochi giorni fa è stato pubblicato l’aggiornamento per il 2017 e in soli 6 anni da circa 150 voci siamo passati a più di 5.000, di cui 1.500 in più rispetto allo scorso anno.

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Il motto di Gordon Gekko negli anni ’80 era “Money never sleeps”, è ancora vero ma ormai è vecchio come lo stesso Gekko: oggi nell’economia digitale è diventato “Data never sleeps”.

Ed effettivamente, la “trasformazione digitale” che va tanto di moda altro non è che una trasformazione basata sui dati, o meglio, sull’informazione.

Quello che infatti in modo roboante chiamiamo “Big Data” va inteso come “Big Noise”: una grande collezione di misurazioni di eventi che una volta filtrata diventa segnale, per poi essere strutturata in informazione (cioè dati veri e propri, contenuti e conoscenza), che poi sottoposta ad analisi diventa infine un qualcosa che non sapevamo prima.

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